A proposito di Aaron Swartz e della proprietà intellettuale

Aaron-Swartz

Quando il copyright vale più della vita umana, succede quello che è successo ad Aaron Swartz. Non si tratta del suicidio in sè, una scelta del tutto personale. Un gesto di fronte al quale bisognerebbe resistere alla tentazione di giudicare con il velo dell’ideologia davanti gli occhi o sulla penna. Ricordare che ad Aaron Swartz era stato offerto un accordo per non andare a processo (sei mesi di prigione se si fosse dichiarato colpevole di 13 reati), come ha fatto su Twitter Tom Dolan, il marito del procuratore Carmen Ortiz che avrebbe dovuto condurre il procedimento contro di lui, è altrettanto inutile.

Quello di cui occorre parlare non è neanche la relazione tra una possibile pena a 35 anni di carcere e l’accusa di aver scaricato e distribuito illegalmente milioni di articoli scientifici da JSTOR. Il problema da porre è, al contrario, il seguente: qual è il valore della proprietà intellettuale? Questa domanda ne presuppone però un’altra: la cultura trae forse il proprio valore dal prezzo da pagare per potervi avere accesso? Farsi domande come queste non significa stare dalla parte della pirateria, né strizzare l’occhio all’indignazione del web, magari allo scopo inconfessabile di fare il pieno di followers per costruire una facile “credibilità” da rivendere in futuro al miglior offerente.

Il punto è che la parola merce non è una parolaccia. Indica il prodotto finito del processo di lavorazione cui vanno incontro le idee nel mondo postindustriale contemporaneo. La produzione immateriale è una produzione di merce: che si tratti di arte, di letteratura, di scienza, di informazione, c’è un cartellino che ne indica il prezzo e c’è una disciplina che tutela il diritto d’autore.

Una disciplina che si mostra capace di proteggere i prodotti in maniera efficace, ma che non protegge altrettanto bene i produttori. Uno sguardo anche soltanto superficiale alle condizioni di vita e di lavoro medie dei giovani ricercatori universitari, degli scrittori, dei lavoratori dell’arte e dello spettacolo, dei giornalisti freelance e parasubordinati, non può che condurre a questa conclusione.

Il copyright vale più della vita umana, perché i diritti dei prodotti sono oggi mediamente più garantiti di quelli dei produttori. A queste condizioni, difenderne il prezzo non significa difenderne il valore in termini assoluti. Significa difendere interessi legittimi e ben individuati. Le violazioni quotidiane dei diritti dei lavoratori della conoscenza e del terziario avanzato sono gravi almeno tanto quanto quelle del copyright. Fare lavorare gratis un giovane di 26 anni, l’età di Aaron Swartz, è grave almeno tanto quanto diffondere illegalmente articoli da JSTOR. Su questo occorrerebbe riflettere.

Davide Gangale @davidegangale

 

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2 thoughts on “A proposito di Aaron Swartz e della proprietà intellettuale

  1. Io credo che le violazioni dei diritti dei lavoratori siano ben più gravi di quelle del copyright. Altrimenti si rischia di perdere di vista il fatto che il peggioramento delle condizioni di vita e reddito dei lavoratori (in particolare nei settori cui si fa riferimento) sia frutto di sconsiderate scelte politiche e non soltanto di un determinismo tecnologico

    • Sono d’accordo che si tratti di un problema politico. Aggiungo: un problema politico che ha radici lontane e che riguarda (anche) la scarsa lungimiranza di lavoratori storicamente incentivati alla competizione creativa e non alla condivisione creativa. Se ci pensi, anche il copyright è un diritto del lavoratore: l’esperienza delle licenze Creative Commons dimostra però che altri regimi di diritto d’autore sono possibili, per molti addirittura preferibili. Il mio era un tentativo di tenere uniti gli aspetti della questione, per non perdere di vista quel carattere contraddittorio che mi sembra essere l’unico principio di realtà davvero determinante, sia a livello degli strumenti, sia a livello delle scelte, anche quelle più conflittuali.

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