L’app Istat inaugura il #Paesedigitale?

 

Open-Data

Uno screenshot dell’app Istat “Censimento della popolazione”

Italiani popolo di santi, poeti e navigatori, non certo di tecno-secchioni. Eppure per una volta, qualcosa si muove nel mondo dell’open data nostrano: sono più di 4.000 i dataset disponibili e scaricabili (qui) organizzati per livello territoriale, area tematica e tipo di applicazione. Chi volesse conoscere tutte le sedi dei Vigili del Fuoco in Italia, “viaggiare sicuro” con i consigli dell’ Unità di Crisi della Farnesina o essere aggiornato sugli eventi in programmazione a Milano o Torino, ora può farlo.

L’open data, però, rimane ancora “cosa” regionale, in particolare di Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria, Toscana, Emilia-Romagna, Sicilia e Sardegna: il 40% del territorio nazionale. Meno bene il resto: sono “open” solo 3 comuni, 5 province, 13 amministrazioni centrali e 5 enti di ricerca.

Primo fra tutti l’Istat, che agli sgoccioli del vecchio anno ha sfoderato l’app “Censimento della popolazione”, aggiornata al 15esimo censimento ufficiale del 9 ottobre 2011 e disponibile su piattaforma Android e su Apple Store. Basta scrivere il nome di un comune, di una provincia o di una regione per ottenere i relativi dati della popolazione suddivisa per sesso, cittadinanza e fasce di età. Tre tipologie di grafici aiutano a comprendere meglio numeri e percentuali e consentono un immediato confronto con il dato nazionale. L’ app funziona anche offline: una volta installata, scarica la banca dati del censimento sullo smartphone e rimane accessibile. Le funzionalità di “Censimento della popolazione” sono limitate e non paragonabili a quelle di I. Stat, il datawarehouse della statistiche prodotte dall’ente statistico nazionale che permette di comporre grafici e tabelle personalizzate, ma il suo lavoro lo fa, e bene.

Le app quindi, ci sono, ma quanti le usano? Pochi: su 15 milioni di italiani che accedono alla rete da mobile o PDA (il 31,3% della popolazione), solo 3,5 milioni scaricano le app. Giochi, meteo, chat e social network le più utilizzate. (Guarda il rapporto Audiweb)

Dai dati non si scappa. Ci viviamo immersi e ci crogioliamo nella loro rassicurante promessa di mettere ordine nel mondo. Inutile nascondere che l’open data ha semplificato la vita a tutti, giornalisti inclusi. Avere una mole di dati così grande sempre a disposizione velocizza il lavoro e permette di essere più precisi. Ma per il lettore non specialista il rischio di perdersi nel labirinto cybernetico è alto. Serve una bussola che permetta di orientarsi e trovare subito quello che sta cercando.

Infatti, se l’accesso ai dati è potenzialmente universale, non è facile sapere quali è meglio consultare, o come verificarli e interpretarli. E qui entra in gioco il giornalismo, che interroga i dati, ne verifica l’attendibilità, li incrocia fra loro per descrivere le relazioni tra i fenomeni.

Il fine è lo stesso da secoli: essere in grado di offrire ai lettori una notizia più nuova e accurata possibile. (Ecco come Simon Rogers, caporedattore del Guardian, scrittore e direttore di Data Store e Data Blog, spiega in 10 punti il funzionamento dell’open data journalism) Cambiano le modalità di lavoro e ricerca. Nient’altro. Il giornalismo ideale deve mirare a rivelare qualcosa di nuovo sul mondo, a spiegare e interpretare la realtà. Perchè, come sostiene anche Rogers, “At the end of the day, it’s all about the stories”.

Alexis Paparo  @AlexisPaparo

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