Quattro motivi per cui Twitter non significa democrazia

A ridosso delle elezioni politiche i leader si mettono alla prova sul web, l’ultima moda della comunicazione politica

monti-twitter

Un vero esercizio di democrazia. Un modo di sottoporsi alle domande dei cittadini senza filtri. Un segno di coraggio e modernità. Una rottura con il passato. Il panegirico del cinguettio del potente, la quasi unanime esaltazione del politico di turno che si cimenta con Twitter – oggi @SenatoreMonti, ieri @matteorenzi e @pbersani – è diventato un genere letterario. Eppure quello che abbiamo visto fare dai politici cinguettanti non è coraggio, apertura, né modernità. E usare un social network – spesso male – non è di per sé segno di democrazia. Ecco perché.

1. I cittadini non abitano su Twitter. Stando ai dati proposti da Vincenzo Cosenza, gli italiani che cinguettano sono 3,2 milioni. Il 5,4 per cento della popolazione. Quanto gli abitanti di Milano e provincia. Neppure il 15 per cento degli italiani su Facebook. Sempre di più (grazie anche ai media, che non parlano d’altro), ma comunque pochi.

2. Il campione non rappresenta. Non è solo un problema di “quanti” italiani usano Twitter, ma anche di “quali”. Generalizzando un po’, è difficile negare che a cinguettare siano più giornalisti, professionisti della comunicazione e opinion leader che comuni cittadini. Attraverso Twitter, difficilmente i politici arrivano a un confronto diretto con casalinghe e agricoltori, operai e anche piccoli imprenditori. In fin dei conti, niente di più lontano dall’aura di democrazia che ha circondato i loro interventi.

3. Il filtro c’è e si vede. Anche quella del dialogo diretto, disintermediato e quindi non mediato è un’illusione. La selezione delle domande che arrivano via cinguettio è sotto gli occhi di tutti e uno dei punti sui quali si è concentrata la maggior parte delle critiche. Lo stesso Monti ha risposto a molti di quegli opinion leader di cui si parlava, addirittura al profilo del Tg1. Per lo più, hanno avuto risposte giornalisti e membri di un circolo che non avrebbero bisogno di usare Twitter per entrare in contatto con il premier o il suo staff. Il dubbio è che il vero obiettivo fosse compiacere quest’élite. La certezza che quello dichiarato era un altro.

4. L’enfasi twitterofila oscura i contenuti. Come ha notato Fabio Chiusi su Valigiablu, “Monti non ha detto sostanzialmente nulla”. A impressionare sono state più le faccine che le sue risposte. È evidente che Twitter non è lo strumento più adatto – con il suo limite di 140 caratteri meno menzioni e hashtag – per articolare idee complete e spiegare un programma politico. Ma il vero problema è che l’entusiasmo generale per il mezzo ha spostato l’attenzione dai contenuti. Un ottimo spot per Twitter. E uno slittamento pericoloso e fuori luogo, nel momento in cui di contenuti spiegati in modo chiaro e accessibile c’è più bisogno che mai.

Stefano Rizzato @stefanorizzato

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