La fine di Pubblico. Lo salverà il digitale?

pubblico1Tre mesi di vita, una trentina fra giornalisti e poligrafici, un direttore-editore noto in tv ma poche, pochissime copie vendute. E’ la (triste) storia di Pubblico: il giornale nato a settembre da una costola del Fatto Quotidiano per mano di Luca Telese è già a un passo dalla morte editoriale. Dal primo gennaio, a meno di miracoli, il quotidiano non sarà più in edicola. La liquidazione dell’azienda è vicina e l’appello di Telese agli investitori sembra caduto nel vuoto.

Un tracollo rapido, reso noto dallo stesso direttore – informato del dramma dall’amministratore delegato Tommaso Tessarolo – in un articolo del 18 dicembre: “Avanti Pubblico! Le ragioni di una sfida”, titolava il pezzo che annunciava la profonda crisi ma sperava nel rilancio. Da lì la mobilitazione su twitter con l’hashtag #iocompropubblico, le foto dei lettori – più o meno noti, da Briatore alla gente comune – col giornale in mano e le telefonate di Telese in cerca di fondi. Eppure niente: il baratro è arrivato.

La redazione ha scioperato il 29 dicembre contro la chiusura del giornale e con orgoglio in un comunicato chiede “ancora una volta all’amministratore delegato e al direttore-editore di tentare le strade non ancora percorse per rilanciare questa azienda”. Non solo: auspica l’intervento di “un imprenditore autenticamente illuminato e capace” che sia in grado di salvare il giornale “nonostante una gestione del tutto inadeguata e costellata da scelte imprenditoriali sbagliate”.

A giudicare Pubblico, che secondo i redattori “ha saputo trovare il suo spazio in un mercato complesso e in crisi e prova ogni giorno, pur nelle difficoltà, a offrire un’informazione alternativa di qualità”, ci penseranno i lettori. Ma a condannare il giornale a questa fine prematura sono i numeri: le copie vendute in edicola hanno avuto un tracollo, dalle 12mila dei primi giorni alle 7mila dell’ultimo periodo. E dire che per far quadrare i bilanci, sosteneva Telese a metà dicembre, ne sarebbero bastate appena 9.400 al giorno.

Ma il problema riguarda anche il sito, che è andato oltre gli obiettivi prestabiliti (10mila clic al giorno) ma si è assestato su circa 30mila giornalieri. Cifre, nel complesso, da giornale locale, lontane dalla sostenibilità economica per un quotidiano nazionale che ha (o aveva) l’ambizione di pagare 30 persone – più i collaboratori – e di stampare un prodotto di carta appetibile, senza ricevere – evidentemente – la pubblicità necessaria né alcun finanziamento pubblico, come ha rivendicato sotto la propria testata.

Tre mesi di vita però, sono pochi persino per un mercato in crisi, ed è la stessa redazione a denunciare l’assenza in partenza di un business plan adeguato alla difficoltà dell’impresa tentata da Telese che secondo molti era un fallimento annunciato. “Tentare le strade non ancora percorse”, come suggerisce la redazione, vuol dire probabilmente scegliere la via di Newsweek: puntare solo, ma forte, sul digitale. Sempre che non sia troppo tardi. E che il pubblico di Pubblico, siano lettori o investitori, ritenga ne valga la pena.

Francesco Giambertone
@fragiambe

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