Se Google e i giornalisti non vanno d’accordo

evil-google-logoIn principio fu Forbes. Dal 2010 la rivista economica statunitense paga i suoi collaboratori in base al traffico che i loro articoli generano sul web. Più clic uguale più dollari. La prima regola per ottenerli è farsi trovare su Internet Explorer e simili. Regola che non tiene conto del fatto che i risultati della ricerca non dipendono solo dai contenuti.

Premessa: i lettori sono in fuga. Non si ritrovano più nel racconto della realtà fatto dai giornali. La soluzione per riconquistarli, sperimentata da periodici come Forbes, consiste nello spingere i giornalisti a coinvolgere di più il loro pubblico. Va bene far intervenire i lettori nella raccolta e nella verifica delle fonti, secondo il modello del giornalismo partecipativo. L’idea, però, è di andare oltre. Ci vogliono ascolto, vicinanza, condivisione. La penna o il mouse dei giornalisti che incontra la comunità dei lettori. A misurare il successo dell’impresa saranno opinioni e commenti.

 Eppure lo sforzo dei giornalisti per rendersi visibili sul web a volte non basta. Capita che i risultati della ricerca cambino a prescindere dalle parole chiave digitate. Perché tutti gli uomini sono uguali di fronte alla legge. Tranne quella del web. Per i motori di ricerca e i social network, le persone non sono tutte le stesse, anzi. Dal 4 dicembre 2009, Google ha introdotto le sue “ricerche personalizzate per tutti”. Ovvero 57 indicatori per far sì che ognuno trovi le notizie giuste. Un incrocio di dati: posizione geografica, età, genere, classe sociale, persone che frequentiamo o posti visitati di recente. L’algoritmo cerca, analizza e dà i suoi risultati. Che cambiano da utente a utente. Così, se lo slogan del New York Times dal 1879 è «All the news that fits to print», ora l’obiettività della notizia potrebbe non bastare. Lo sa bene Eli Pariser, autore del libro The filter bubble (Penguin Books, 2012). Sottotitolo: “Come il nuovo web personalizzato sta cambiando quello che leggiamo e ciò che pensiamo”. Una bolla di filtri in cui sono intrappolati più di 2 miliardi di persone (tanti, ad oggi, gli utenti di internet).

La bolla ci porta a risultati diversi. Un esempio? Lo abbiamo fatto cercando la frase: “sarah scazzi confessa lo zio”. Stessa ricerca, ma una prima pagina diversa. Se si usa l’Iphone, il numero dei risultati raddoppia. “Roberto Benigni”: 2,760,000 risultati con Firefox, 5.610.000 sull’Iphone. Il doppio, appunto. Cosa ci nasconde Google? Questo il compito dei giornalisti del futuro. Diventare detective. E scoprire l’apparentemente invisibile. 

Roberto Benigni Roberto Benigni2 sarah scazzi confessa lo zio 2 sarah scazzi confessa lo zio

Susanna Combusti     @susannacomb

Giuliana Gambuzza   @giulygambuzza

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