Klout e giornalismo, conta davvero essere influenti?

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C’è chi lo vede come il male di internet e chi lo ha preso davvero sul serio. Di sicuro c’è solo che Klout, l’indicatore d’influenza più famoso del web, fa discutere gli esperti di media e sociologia di tutto il mondo, per molti aspetti. E’ il caso di introdurre, tra questi, anche il ruolo del giornalismo e la portata di Klout sul freelancing.

I criteri con cui il sito inventato da Joe Fernandez attribuisce ai propri utenti un punteggio da 1 a 100, indicativo della capacità di influenzare altre persone sui social media e sul web, hanno raccolto più di una critica. Basta un algoritmo che incrocia like, tweet e retweet, passando per le citazioni su Wikipedia e altri 400 tipi di segnali, a stabilire l’importanza di una persona sulla rete con un freddo numero? E per influenza si intende la capacità di orientare azioni oltre la rete, o la semplice potenzialità di farlo?

Secondo Mark Schaefer, professore di Marketing alla Rutgers University ed autore di un libro entusiasta su Klout, il sito fondato nel 2008 “è la democratizzazione del potere di influenza, che permette alla gente normale di scavarsi uno spazio creando contenuti capaci di avere un effetto nel network interessato”. “Klout – scrivono i suoi creatori – è nato per permettere a chiunque di sbloccare la propria influenza, per secoli accentrata nelle mani di pochi”.

E’ qui che entra in scena la figura del giornalista freelance. In questa epoca, il libero professionista dell’informazione, in particolare online, cerca di ritagliarsi un pubblico di lettori che si leghi ai suoi contenuti. Attraverso i social network prova a costruire un bacino di influenza che lo riconosca – aldilà del nome della testata da cui (non) è assunto – come una figura di riferimento per l’informazione che fornisce.

Non è un caso che i punteggi più alti, da quando l’algoritmo è stato riequilibrato nello scorso maggio, siano attribuiti – dopo politici e star dello show business – a giornali e giornalisti: i 99 punti del New York Times sono pari allo score di Barack Obama. Le firme italiane più note si aggirano attorno agli 80 punti, sfiorati anche da alcuni freelance che hanno raggiunto su Klout una grande capacità d’influenza, pur senza il cappello di un media famoso.

In questo quadro è lecito domandarsi quanto possa rivelarsi importante per un giornalista freelance essere riconosciuto dal sito come un high-ranking influencer, grazie ad un alto punteggio Klout. Si tratta di un dato superfluo, se non fuorviante, sulle sue reali capacità, oppure è uno strumento utile a legittimare la propria professione? Un numero imperfetto basato su interazioni che prescindono dalla reale profondità giornalistica del contenuto, o un valore aggiunto da mettere in testa al curriculum?

Francesco Giambertone  @fragiambe

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2 thoughts on “Klout e giornalismo, conta davvero essere influenti?

  1. Alla SMW di Torino sono incappata in una ragazza scartata dalla selezione per un lavoro a causa di un punteggio Klout basso. Quindi sì, un punteggio alto può essere un valore aggiunto per il cv – ma secondo me una valutazione solo sul punteggio Klout rischia di essere riduttiva.

    • In effetti può essere un valore aggiunto e il concetto di fondo sarà sempre più utile in futuro ma si potrebbe discutere sul fatto che Klout sia davvero “the standard of influence”, come dice lo slogan. A mio parere è lento nel registrare le azioni sui social network e incomprensibile nell’assegnazione del punteggio.

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