Cara carta, per le news sei troppo lenta

La mattina del 7 novembre 2012, il giorno dopo le elezioni presidenziali americane, la notizia della vittoria di Barack Obama era una notizia vecchia quasi per tutti. Eppure, la maggior parte dei giornali ha dato solo allora la ‘big news’. Non avrebbero potuto fare altrimenti.

Addirittura, causa fuso orario, in alcune parti del globo come in Italia, la notizia arriva a giornali già stampati e le prime pagine non possono che essere ferme alle ultime fasi del duello: “Un testa a testa negli Stati chiave” titolava il Corriere della Sera, “Obama-Romney, testa a testa” La Stampa e “Casa Bianca per un pugno di voti” Il Messaggero. Per sua natura, la carta stampata non ha potuto competere con l’immediatezza della televisione e del web: chiunque era interessato alle elezioni, aveva monitorato i risultati in tempo reale la sera precedente.

Durante le elezioni presidenziali Usa del 2008 il numero di persone che hanno utilizzato internet e quelle che hanno scelto i giornali per informarsi erano praticamente alla pari. Quest’anno internet ha letteralmente bruciato i quotidiani come fonte principale di notizie.

Il sorpasso viene confermato dai dati di una Ricerca del Pew Research Center, che aggiunge nuovi elementi alla fisionomia della profonda sfida, culturale e commerciale, che l’editoria tradizionale si trova di fronte.

Come si vede dalla tabella in basso, mentre nel 2008 i giornali e la rete venivano citati da quasi un terzo degli americani come fonti dell’informazione sulle elezioni, quest’anno, secondo Pew, la percentuale relativa alla carta è scesa al 27% mentre quella relativa a internet è salita al 47%. La televisione resta ancora la fonte principale per le notizie elettorali.

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 La forte contrazione dell’audience dei giornali – secondo Alan Mutter, esperto di economia dei media – deve spingere gli editori a riesaminare seriamente la copertura che essi offrono, sia su carta che online.

Pew ha rilevato che il 78% del campione aveva seguito i risultati delle votazioni la notte delle elezioni. E la novità è che una parte consistente di persone aveva utilizzato più schermi contemporaneamente. Pew non ha chiesto a coloro che hanno seguito la vicenda sulle piattaforme digitali avessero commentato, ma – osserva Mutter – “l’ evidenza dei fatti suggerisce che un certo numero di persone avessero avuto una fitta conversazione tra di loro’’.

Un dato è fornito da Twitter, che ha riferito di aver gestito il 6 novembre 31 milioni di tweet “relativi alle elezioni”, il che rappresenta una cifra di 17 volte superiore agli 1,8 milioni di messaggi che vennero registrati nel giorno delle elezioni del 2008.

Le elezioni comunque hanno prodotto un traffico notevole anche sui siti web dei giornali. Quello del New York Times, per esempio, è stato del 75% più alto rispetto a quello registrato nel 2008, secondo il Nieman Journalism Lab.

Ma la vecchia mentalità del “non-è-notizia-finché-non-lo-diciamo-noi’’ era viva e vegeta al NYT, visto che la notizia stata confermata alle 0,03 del 7 novembre mentre la NBC l’ aveva data alle 23,12 del giorno prima e il picco di traffico su Twitter si era verificato alle 23,20.

Il NYTimes merita rispetto per la tradizionale cautela, osserva Mutter. Resta, tuttavia, la spiacevole percezione che il giornale sia troppo lento rispetto a tutta la gamma dei concorrenti digitali che si battono per i milioni di dollari di pubblicità in campo.

Se i giornali non troveranno il modo per riaffermare la loro rilevanza nel mondo dei media in tempo reale, rischiano di diventare sempre più, irrimediabilmente, marginalizzati.

Stefania Cicco – @stefaniacicco

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