Quando i social media raccontano la guerra

Volti di ragazzi giovani, sorridenti e in uniforme pronti a scendere sul campo di battaglia. Alcuni soldati dell’esercito israeliano, con le loro fotografie postate su Instagram, hanno annunciato così l’attacco alla Palestina. “Gaza, stiamo arrivando per te”, si leggeva in una delle didascalie.

È un punto di vista inedito. Mai fino ad oggi, la guerra era stata raccontata con gli occhi e le emozioni di chi la fa in prima persona. Fino ad ora le sensazioni e le storie dei soldati erano mediate dallo sguardo dei reportage giornalistici. Era il giornalista (e il fotoreporter) che selezionava e sceglieva cosa dire.

Anche il punto di vista dei palestinesi è stato raccontato su Istagram: immagini dei bombardamenti e delle violenze hanno riempito le bacheche di questo social network che si prepara a descrivere, nei prossimi mesi e nei prossimi anni, gli eventi che accadono nel mondo quanto e più di Twitter.

L’ultimo conflitto tra Israele e Palestina è andato oltre ogni singolo social media. Le forze armate israeliane hanno fatto un uso massivo anche di Twitter, Youtube e Facebook. Tutto è studiato nei minimi termini e in linea con la guida all’uso efficace del web, preparata dal ministero della difesa israeliano.

L’intenzione è quella di creare consenso nell’opinione pubblica, cercare il contatto con la società civile attraverso una comunicazione più diretta, con lo scopo di legittimare le proprie azioni. Gli utenti, tra l’altro, sono stati invitati a commentare, condividere contenuti, postare foto, in una specie di gioco collettivo secondo le pratiche della cosiddetta “gamification”. Insomma la guerra come gioco di ruolo, combattuta anche e soprattutto su internet a colpi di annunci, minacce e rivendicazioni.

In questo senso la Bbc ha parlato in questo senso di “first social media war”. E in effetti questa propaganda 2.0 è una novità assoluta nella comunicazione politica.

Interessante è riflettere sull’impatto che questo nuovo tipo di comunicazione ha sul giornalismo: cosa ne sarà del racconto giornalistico degli eventi bellici? Se anche i militari postano le loro foto e le loro emozioni su un social media, se i cittadini raccontano con le immagini ciò che sta loro attorno, che ne sarà dei grandi reportage? E che ruolo avranno i quotidiani se le informazioni governative saranno disponibili in tempo reale su Twitter?

Enrico Tata @EnricoTata

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